sabato, 04 febbraio 2012

Sebino Nela: una serata per la solidarietà

 

Sebastiano Nela detto “Sebino”, è stato l’ospite d’onore dell’iniziativa “Natale Insieme sul palcoscenico per la solidarietà” tenutasi a Diamante lo scorso 14 dicembre, che ho avuto il piacere di condurre con Raffaele Amoroso. Nela, terzino roccioso e di grandi doti fisiche, è stato uno dei calciatori più rappresentativi del calcio italiano degli anni 80 e 90. Ben 315 partite giocate in serie A nel corso di una carriera iniziata nel Genoa e che successivamente l’ha visto tra gli “uomini simbolo” dell’indimenticabile Roma di Nils Liedholm, nella quale Nela ha esordito nell’81 e vinto lo scudetto nel 1983. Il terzino ha anche giocato la sfortunata finale di Coppa dei Campioni persa dalla squadra giallorossa contro il Liverpool. Nel 1992 Nela è passato al Napoli, dove ha chiuso la sua straordinaria carriera nel 1994. Sebino Nela ha indossato 5 volte la maglia della Nazionale di calcio, partecipando anche ai mondiali del 1986 (pur senza mai scendere in campo). Nel suo palmares vanno annoverate 3 Coppe Italia vinte con la Roma.

 Sul palco del Teatro Vittoria, Nela non si è sottratto alle domande che gli ho posto:

 Lei era soprannominato “Hulk” per la sua prestanza. Quanto ha contato la sua forza fisica nella sua carriera? Nel mio caso molto.  Sono diventato calciatore più per la testa che per i piedi. Avevo questa grande voglia di arrivare dati i tempi in cui ho iniziato, gli anni 60, in cui le cose non andavano  granché bene. C’era questa grande volontà di emergere, di fare la cosa che mi divertiva di più, il calciatore e anche di guadagnare e sistemarmi.

 Lei ha giocato anche in nazionale?Sì, ho avuto questa fortuna, infatti, stasera quando ho sentito l’inno nazionale, mi sono ancora molto emozionato.

 C’è qualche finale della Nazionale che avrebbe voluto giocare?No, non sono invidioso ho fatto quello che dovevo fare nella mia carriera. E’ stato bello tutto. Ho fatto tutto perché credo che giocare al calcio, se lo vogliamo chiamare lavoro, è il lavoro più bello del mondo.

Perché la Nazionale dà il meglio di sé nelle situazioni di difficoltà? Non solo nel calcio. Perché siamo italiani, abbiamo avuto grandi uomini che ci hanno insegnato grandi valori. A volte non sappiamo gestire questi valori, ma siamo un Paese con una marcia in più, abbiamo sentimento abbiamo cuore e testa, abbiamo moltissima capacità e nel momento di difficoltà ne usciamo bene.

 Voi campioni siete un esempio, soprattutto per i giovani, non sentite il peso di questo ruolo? A questo paese, se è vero come si dice che il futuro è dei giovani, mancano gli esempi. A chi è visibile mediaticamente, così come la Chiesa, la famiglia, le istituzioni devono essere di esempio. Ma non bisogna sbagliare. Tutti noi più esposti non dobbiamo sbagliare dobbiamo essere d’esempio per i ragazzi.  Oggi purtroppo i giovani stanno prendendo il peggio che offre il calcio, come le esultanze dopo il gol. Io per esempio ho avuto delle scuole calcio e mi facevo nemici i genitori perché volevo delle mie regole e non accettavo molte cose.

 Dopo una brillante carriera da calciatore lei è passato dall’altra parte della barricata, come commentatore televisivo. Qualche volta ci sono dei battibecchi tra giornalisti e calciatori com’è avvenuto di recente. Lei come vive questa esperienza? All’inizio c’è un po’ di delusione. Chi gioca ti vede come un giornalista, io sono un ex calciatore che commenta le partite di calcio. Non capisco le paure dei calciatori di adesso, potrebbero essere più sereni visto i livelli di guadagno di adesso. Poi comunque ci si fa l’abitudine a svolgere questo ruolo.

 Scatta l’ala, una finta e poi vola sul fondo, dimmi chi la fermerà”. Sono i versi di una canzone di Antonello Venditti che è dedicata proprio a lei. Si è vero, è una canzone contenuta nell’album “In questo mondo di ladri”. Come tutti sanno Venditti è un grande tifoso della Roma. È capitato che mentre scriveva l’album mi ruppi il ginocchio e lui mi volle dedicare questi versi. A volte capita di riascoltarla ancora oggi quando sono solo in macchina, perché mia moglie non vuole, e mi emoziono un po’.

In un ideale gioco della torre chi butterebbe giù tra Falcao e Totti? Io ho avuto la fortuna di giocare una finale di Coppa dei Campioni. E gli uomini e gli esempi si vedono anche in queste circostanze. Falcao in quella si è rifiutato di tirare un calcio di rigore. Ricollegandomi al discorso degli esempi, quello è un esempio da non seguire, non è professionalità. Bisogna essere uomini nel momento del bisogno.

 Un pronostico per il campionato? Anche se qui a Diamante ci sono tanti interisti e juventini devo dire che il Milan ha qualcosa più e mi sembra favorito per la vittoria finale.

 Sul palco del Teatro Vittoria, Nela non si è sottratto a un palleggio con l’altro presentatore della serata, Raffaele Amoroso ed ha autografato un pallone firmato dai ragazzi del settore giovanile della “Virtus Diamante”. Al termine sul palco sono saliti per premiare il campione, il Dirigente dell’Istituto d’ Istruzione Secondaria Superiore la dott.ssa Concetta Smeriglio e il Presidente della Provincia di Cosenza l’On. Mario Oliverio, che ha consegnato a Nela una targa ricordo della Provincia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

venerdì, 29 luglio 2011

Pino Scaccia: Il gabbiano di frontiera che rende vicino ogni luogo lontano

pino scaccia

Il mio “incontro d’estate” con Pino Scaccia inizia alla stazione di Paola. E’ lì che andiamo a prenderlo per portarlo nella nostra Diamante dove ha presentato le sue due ultime fatiche letterarie: “Lettere dal Don” e “Shabab”. Non solo, dunque, ho avuto il piacere di conoscere lo Scaccia professionale, il reporter di prima linea che tante storie ci ha raccontato e ci racconta, ma anche l’amico Pino, un grande reporter dotato di tanta umiltà e capace di dare buoni consigli su una professione bella ma difficile come quella del giornalista. La prima sera è solo relax: una cena a base di carne da “Nerone”, una puntatina al “Caffè Ninì” per una coppa di gelato e una passeggiata per le vie della città. Pino ci ascolta quando parliamo del nostro paese, delle cose belle e delle cose meno belle che ha. E noi ascoltiamo lui, incantati, quando ci racconta le sue esperienze di inviato in giro per il mondo e in particolare in Libia, quando, insieme alla troupe, hanno visto la morte in faccia, con una bomba caduta a pochi metri di vicinanza. L’incontro professionale è previsto per la sera successiva, il 21 luglio, l’“incontro d’estate”: una manifestazione culturale organizzata dall’amministrazione comunale che quest’anno si concentra su giornalisti e scrittori. Il primo incontro, che ho l’onore di condurre in piazzetta San Biagio, è appunto con Pino: la serata si apre con le immagini dello speciale “Vita da inviato” andato in onda su Rai 1. I primi minuti sono dedicati all’intervista che l’autore ha fatto ad un'altra grande reporter di guerra, Oriana Fallaci. Mentre scorrono le immagini del lavoro fatto da questo inviato, comincia la nostra chiacchierata: “Ho grande rispetto – dice - per i giornalisti locali perché io da inviato sembro coraggioso ma poi vado via, è molto più coraggioso chi resta a combattere un fenomeno”. Parliamo anche di paura e del limite a esporre la propria incolumità: “Ho rischiato molte volte la vita – racconta - la paura c’è, c’è sempre ma in quel momento non ci pensi. Quando vado all’estero come in Libia o a Bagdad, vado lì a fare il mio mestiere che è quello di raccontare e di essere tramite tra un evento e la gente a casa, ma lo racconto con lo stesso spirito con il quale ho raccontato terremoti, storie talvolta positive, lo tsunami. Non penso a quel momento ai rischi che ci sono a raccontare una guerra. La paura esiste ma va gestita, non ti deve condizionare”. Fra le paure più grandi, ricorda però, quando in Calabria, a San Luca per un servizio sui sequestri di persona, furono chiusi di notte in una strada: “Grazie a Dio hanno deciso che era meglio non far fuori tre giornalisti. Il rischio nel nostro mestiere c’è sempre quando decidi di raccontare quello che avviene”. La nostra intervista continua sul filo della memoria dei suoi due libri. Nel primo, dopo quasi vent’anni dal libro “Armir, sulle tracce di un esercito perduto”, Scaccia ripercorre la triste storia dei dispersi in Russia: migliaia di italiani mandati su quel fronte straniero al freddo e senza equipaggiamento, condannati a morire lontani dalla loro terra, migliaia di tombe senza nome nell’immensa steppa russa. Nel libro sono riportate le testimonianze degli ultimi testimoni oculari di quei fatti: sono ormai anziani i russi che vissero quei momenti, le “vecchie contadine che avevano nascosto e accolto tanti italiani così belli ma così tanto affamati”.  L’altro libro riguarda un’altra guerra attuale ma non meno feroce, quella in Libia, dedicato ai giovani, gli “Shabab” in arabo, che sono diventati i protagonisti della rivolta libica. Una guerra che è ancora in corso, “che non sappiamo ancora come finirà ma cerchiamo di capire almeno come e perché e cominciata”. A testimonianza delle forte emozioni vissute in quel contesto scorrono le immagini di alcuni momenti concitati, quando una bomba esplode a pochi passi dalla troupe: non nascondo la mia emozione nel vedere quelle scene, quasi mi trovassi anch’io lì. Termina così la nostra chiacchierata/intervista. Ci salutiamo con affetto e con la promessa di ritornare qui a Diamante.

 

 

nella foto a sinistra un momento dell'intervista

 

 

 

martedì, 24 maggio 2011

La Calabria in... "Una storia in bianco e nero"

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“Una storia in bianco e nero”, questo il titolo della prima fatica letteraria della scrittrice Maria Severina Greco. Il libro, a metà tra autobiografia familiare e la Calabria agricola del ‘900,  rappresenta l’esordio in campo letterario della giovane scrittrice di Maierà, paese in cui abita insieme con i genitori e il fratello. “Il libro – si legge in una recensione - tratta della storia della famiglia paterna dell’esordiente autrice in un piccolo paese montano della Calabria agricola della metà del secolo scorso.

Terra aspra, in grado di produrre più frutti dal suolo che non dalla sua popolazione, abbracciando in pieno la teoria del “nemo propheta in patria”. L’ambientazione è tipicamente “verista” anche se collocata più recentemente rispetto a Verga e ai suoi protagonisti. Dalle parole del libro si scorgono i paesaggi calabresi dai rilievi collinari scoscesi sino al mare e dalle praterie di ulivi che caratterizzano le località circostante, impregnati della fatica di chi se ne occupa ma anche dalla passione e dalla forza d’animo che contraddistingue il contadino calabrese. La prosa è molto semplice, lineare, il testo si legge scorrevolmente, anche se è poco utilizzato il discorso diretto e si preferisce la narrazione pura ai dialoghi. Tutto ruota attorno alla figura autoritaria del nonno paterno dell’autrice, Roberto, il quale incattivito dalla dura gavetta che la vita gli ha riservato sfoga le sue angosce e la sua rabbia sui familiari che gli stanno attorno. Egli non è un violento, per intenderci, ma fa della violenza uno specchio dal quale riflettere ogni cosa e allontanare i problemi, tipico della persona orgogliosa che non ammette le sue paure. Questa fragilità d’animo è inversamente proporzionale alla sfrontatezza e al coraggio esibito anche in condizioni estreme, come l’uso delle armi o le risse”. L’autrice pare voglia lasciare al lettore le conclusioni soprattutto a chi ha vissuto in famiglia figure autoritarie e carismatiche in un certo senso come era suo nonno Roberto, lasciando sempre spazio al perdono con una buona dose di fede cristiana.

 

 

 

in alto a sinistra la copertina del libro

martedì, 03 maggio 2011

Le strategie promozionali passano attraverso Facebook: l'idea della designer Livia Cirone

La foto profilo può essere un nuovo strumento pubblicitario anche per la promozione di un’azienda? E’ la domanda che si è posta, per la propria attività professionale, la giovane diamantese Livia Cirone, designer. La giovane designer ha invitato i propri contatti su Facebook, il celebre social network, a partecipare a questa campagna pubblicitaria sperimentale, sostituendo la foto profilo con il logo della sua attività, tutti lo stesso giorno, per 24 ore. Con entusiasmo e quasi istantaneamente, oltre cento persone hanno modificato la foto profilo con il logo dello studio professionale Design Studio, ideatore di questa nuova campagna pubblicitaria virale. “Si tratta di un “internet meme” - spiega la Cirone - ovvero un fenomeno temporaneo che diventa improvvisamente celebre grazie alla diffusione di informazioni attraverso la rete, questa volta realizzato in maniera insolita, provocando stupore e un po’ di voluta confusione visiva! Un Flash Mob virtuale per promuovere la propria attività. Identificarsi con la stessa immagine profilo: una strategia di marketing che diventa un gioco, una sorpresa con tanta curiosità e che può essere inteso come un ottimo esempio di viral marketing attraverso veloci messaggi come virus per lanciare un prodotto o un'azienda”. Obiettivo che questo fenomeno ha saputo realizzare: la campagna pubblicitaria con un alto impatto visivo, realizzata a costo zero e con divertimento, ha visto la partecipazione di oltre 100 persone cui la Cirone rivolge un enorme ringraziamento.