Aurelio Grimaldi: un regista si racconta

Riuscire a intervistare il regista di un film, mentre è nel pieno delle riprese, è davvero un’impresa (scusate il gioco di parole!). Il regista deve supervisionare, dirigere, controllare che tutto sia ok prima di dare il “ciak si gira”. Nelle rare pause, poi, si concede il meritato riposo per recuperare le forze! Personalmente ho “braccato” per qualche giorno Grimaldi sul set de “L’ultimo re”, ma alla fine i miei sforzi sono stati compensati!

 

 

Aurelio Grimaldi - 2.jpg 

 

D. Il regista è un po’ il collante di quello che succede in un film. Che qualità bisogna avere?

R. Concettualmente non esiste un talento da regista, nel senso che il regista dovrebbe saper fare molte cose: dovrebbe saper scrivere una sceneggiatura, dovrebbe avere un gusto eclettico per l’immagine, dovrebbe conoscere benissimo la tecnica del movimento di camera, dovrebbe avere un’idea abbastanza chiara dei costumi e delle scenografie, dovrebbe avere un’attenzione particolare per le luci e per la direzione della fotografia e poi dovrebbe avere un gusto musicale. Tutte queste cose insieme sono impossibili da trovare in un’unica persona: Woody Allen ne ha alcune, Ingmar Bergman ne aveva altre, Pasolini ne aveva altre ancora, quindi non si può dire “qual è il talento di regista vero e proprio”, ogni regista è più bravo in alcune cose e in altre un po’ meno. Poi dal punto di vista caratteriale, io dico sempre che ci sono due categorie a rischio psichiatrico: i registi e gli attori. Quindi si può immaginare cosa sia una troupe cinematografica!

 

D. Lei intreccia attività cinematografica a quella letteraria. Quale le piace di più?

 

R. Scrivere è molto più facile e più piacevole ma girare un film è molto più eccitante. Certo, nel girare un film la fatica fisica è terribile, se non la si prova non ci si può credere però c’è qualcosa di magico: ricostruire immagini, avere tante persone che ti aiutano, come in questo caso, per raccontare la tua storia, e sono momenti irripetibili. La scrittura, invece, è molto individuale, l’opposto del cinema, un’attività molto introspettiva, intensa, molto piacevole ed è un vero privilegio poter fare l’una e l’altra cosa.

 

D . Lei è definito un regista coraggioso, audace. Si riconosce in quest’aggettivo?

R. Anche controverso (ride). C’è qualche persona che non ama il mio cinema ma per fortuna c’è anche chi mi sostiene. Certamente seguendo un po’, non dico l’insegnamento di Pasolini, ma un’idea di cinema molto “pasoliniana” anche io penso che il compito del cinema sia il tentativo di porre dei dubbi allo spettatore, quindi l’antitesi sia della  televisione sia della fiction televisiva ma anche del cinema hollywodiano. Forse un po’ in questo si è considerati “audaci”.

 

D. Parliamo della sua ultima fatica cinematografica: L’ultimo re. Cosa l’ha convinta a iniziare questa nuova avventura e come attualizza il tema della tragedia di Seneca ai giorni nostri?

 

R. Oggi è molto difficile raccontare delle storie classiche per il cinema perché sono considerate non commerciali, si crede che il pubblico sia totalmente disinteressato a questo tipo di storie. In verità poi scopriamo che Hollywood quando decide che al pubblico debba interessare la storia di Troia o di gladiatori, riesce comunque a far interessare a queste storie. L’immagine che Hollywood ne dà è molto edulcorata, sentimentaloide. Per me è un grande onore e una grande opportunità poter raccontare una storia come questa. Tornando a Pasolini, lo invidiavo molto perché era riuscito, a cavallo fra gli anni 60-70, a girare due film come Edipo Re o Medea. Dicevo appunto con i miei amici che se oggi un regista propone un soggetto del genere ai produttori, questi rispondono “non ci interessano per niente”. Volevo ringraziare Isabel Russinova che ha avuto l’idea di realizzare questo film e ha trovato un po’ di risorse per poterlo fare e sono assolutamente certo che il motivo per cui, a distanza di quasi tremila anni noi siamo ancora interessati ai personaggi di Andromaca, Medea, Ulisse, Ettore, Achille, perché racchiudono completamente tutta l’essenza dell’umanità. In questo film ci occupiamo in particolare di Andromaca e di Pirro, di Ulisse, di Agamennone, tutti personaggi che raccontano tremila anni fa, in questo caso ancora di più, l’essenza del nostro presente.

 

 

Aurelio Grimaldi: un regista si raccontaultima modifica: 2009-02-14T16:50:00+01:00da erinb79
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento